Una storia affascinante e poco conosciuta, che intreccia arte, musica, artigianato e le vicende di maestri venuti da tutta Europa per trovare a Roma la loro dimora e la loro ispirazione.
Roma non fu mai un centro di liuteria paragonabile a Cremona o Brescia. Eppure la Città Eterna ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della musica e degli strumenti: capitale del mondo cattolico, sede di grandi istituzioni musicali, centro del mecenatismo pontificio e aristocratico, Roma attrasse per secoli compositori, virtuosi e artigiani da tutta Europa.
Vale la pena ricordare che Roma fu, per lunghi secoli, il principale centro europeo di produzione di corde per strumenti musicali — le celebri "corde romane" di budello erano esportate in tutta Europa e ricercate dai migliori liutai del continente. Questa tradizione artigianale legata alla lavorazione del budello animale creò un humus fertile per lo sviluppo della liuteria locale.
L'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, fondata per decreto di Papa Sisto V nel 1585, è una delle più antiche istituzioni musicali del mondo. Attorno ad essa gravitarono per generazioni i maggiori musicisti dell'epoca, creando una domanda costante di strumenti di altissima qualità. Arcangelo Corelli, Alessandro e Domenico Scarlatti, e molti altri compositori e virtuosi trascorsero parte della loro vita a Roma, richiedendo strumenti di pregio ai liutai locali.
La peculiarità acustica di Roma è anche degna di nota: il diapason romano era notoriamente basso — intorno a La=390 — significativamente più basso di quello cremonese, e questo influenzò profondamente le scelte costruttive dei liutai romani, che realizzarono strumenti con una mensura più lunga per adattarsi a questa intonazione locale.
I primi liutai documentati a Roma nel Cinquecento erano quasi tutti stranieri, attratti dalla ricchezza della committenza pontificia e aristocratica. Il primo liutaio storicamente documentato è Orazio di Giovanni Filippo, originario di Genova, menzionato nei registri parrocchiali romani del XVI secolo. Come lui, la maggior parte dei liutai romani di questo periodo proveniva da fuori — da Genova, da Palermo, dalle Fiandre, dalla Germania. La domanda di strumenti era alta, ma il mercato era dominato dagli strumenti importati da Cremona e Brescia, i cui liutai avevano già raggiunto livelli di eccellenza difficilmente eguagliabili.
Nel corso del Seicento la liuteria romana iniziò a strutturarsi in modo più organico. Una figura chiave fu Alberto Platner (1642–1713), di origine tedesca, che si stabilì stabilmente a Roma e avviò quella che sarebbe diventata una tradizione familiare di liutai. Platner lavorò nel rione Ponte, vicino alla chiesa dei Santi Celso e Giuliano — zona nevralgica di Roma, unico collegamento tra il centro storico e il Vaticano, frequentata da nobili, prelati e musicisti. Paolo Albani (1633–1680), palermitano di nascita che aveva studiato con Nicolò Amati a Cremona, fu un altro liutaio di grande qualità attivo a Roma in questo periodo, considerato uno dei migliori della sua generazione.
La figura che più di ogni altra segnò la storia della liuteria romana fu David Tecchler (Lechbruck am See, c. 1666 – Roma, c. 1747). Nato nella Baviera meridionale vicino a Füssen — la città tedesca che diede i natali a generazioni di liutai emigrati in tutta Europa — Tecchler si formò probabilmente nella bottega della famiglia Edlinger ad Augusta, prima di compiere un lungo viaggio che lo portò a Salisburgo, Venezia e infine a Roma, dove si stabilì definitivamente intorno al 1694-1698. A Roma Tecchler divenne apprendista di Alberto Platner, del quale sposò di fatto la tradizione, portandola a livelli di eccellenza mai raggiunti prima nella Città Eterna.
La sua produzione — circa 50 violoncelli e un numero inferiore di violini e viole — mostra una sintesi originale tra lo stile tedesco di Jakob Stainer, la scuola cremonese di Amati e un personalissimo gusto romano. I suoi violoncelli, costruiti su misure grandi e con una bombatura pronunciata, sono particolarmente celebri: suonati da solisti come Emanuel Feuermann, Lynn Harrell, Jacqueline du Pré e molti altri, sono strumenti di straordinaria potenza sonora. Su un'etichetta di una viola costruita circa nel 1730, Tecchler scrisse con orgoglio: "La mia terza viola" — a testimonianza di come, pur avendo dedicato tutta la vita alla liuteria, considerasse rarissima la produzione di viole. Membro della Guardia Svizzera pontificia, Tecchler fu sepolto nel cimitero teutonico in Vaticano.
L'influenza di Tecchler si irradiò su tutta la generazione successiva di liutai romani. Michele Platner (morto c. 1750), figlio di Alberto e membro anch'egli della Guardia Svizzera pontificia, sviluppò uno stile autonomo pur nell'alveo della tradizione familiare. Giulio Cesare Gigli (1721–1762) interpretò il modello di Tecchler con bombature leggermente più alte, lasciando al mondo musicale ottimi violoncelli e violini. Jacob Horil, boemo di origine, lavorò a Roma intorno al 1740 producendo strumenti di alta qualità sorprendentemente indipendenti dallo stile della scuola Tecchler. Nel corso del Settecento Roma vide anche l'arrivo di maestri inglesi, irlandesi e di altre nazionalità europee, confermando il carattere cosmopolita e internazionale della liuteria romana.
Nel XIX e XX secolo la liuteria romana conobbe nuovi protagonisti. La famiglia Politi rappresenta una delle poche dinastie autoctone romane di liutai, attiva per generazioni. Rodolfo Fredi (Todi, Roma) fondò una bottega destinata a diventare un punto di riferimento per la liuteria capitolina. Giuseppe Lucci (1910–1991), ravennate di nascita ma romano d'adozione, rilevò la bottega di Fredi nel 1953 diventando una delle figure più importanti della liuteria italiana del Novecento: a lui sono attribuiti circa 700 strumenti — un numero straordinario per un liutaio artigiano — e presiedette il collegio peritale dell'A.N.L.A.I. Il suo allievo Rodolfo Marchini ne ha portato avanti la tradizione fino ai giorni nostri.
Primo liutaio di rilievo della scuola romana, di origine tedesca, Platner lavorò stabilmente nel rione Ponte per oltre trent'anni. La sua bottega, situata nei pressi della chiesa dei Santi Celso e Giuliano, divenne il nucleo attorno a cui si sviluppò la prima vera tradizione liutaria romana. Padre di Michele Platner, fu probabilmente il maestro di David Tecchler.
Palermitano di nascita, Albani studiò con il grande Nicolò Amati a Cremona prima di stabilirsi a Roma, dove produsse strumenti di straordinaria qualità. Considerato uno dei migliori liutai della sua generazione in Italia, portò a Roma la tradizione cremonese nella sua espressione più alta. I suoi violini, rari e preziosi, sono oggi conservati nelle principali collezioni del mondo.
Il più grande liutaio della storia romana. Nato in Baviera vicino a Füssen, Tecchler giunse a Roma verso il 1694-1698 e vi rimase fino alla morte. I suoi circa 50 violoncelli, suonati dai più grandi cellisti del Novecento — da Jacqueline du Pré a Lynn Harrell, da Emanuel Feuermann a Narek Hakhnazaryan — sono tra gli strumenti ad arco più ricercati al mondo. La sua sintesi originale tra stile tedesco e tradizione italiana è il fondamento della scuola romana di liuteria.
Figlio di Alberto Platner e, come Tecchler, membro della Guardia Svizzera pontificia, Michele sviluppò uno stile personale pur nel solco della tradizione familiare. I suoi strumenti, violini e violoncelli di ottima qualità, mostrano un'interessante sintesi tra l'eredità paterna e l'influenza della vicina bottega di Tecchler.
Nipote di Michele Platner e continuatore della tradizione di Tecchler, Gigli interpretò il modello del suo illustre predecessore con bombature leggermente più accentuate. I suoi violoncelli sono particolarmente apprezzati e confermano la continuità di una vera scuola romana di liuteria che da Tecchler si tramanda per generazioni.
Fondatore di una delle botteghe romane più importanti del Novecento, Rodolfo Fredi portò a Roma la tradizione umbra della liuteria, creando un punto di riferimento per generazioni di musicisti romani. La sua bottega fu rilevata nel 1953 da Giuseppe Lucci, che la trasformò in un centro della liuteria italiana.
Figura centrale della liuteria italiana del Novecento, Lucci si stabilì a Roma nel 1953 rilevando la bottega di Rodolfo Fredi. A lui sono attribuiti circa 700 strumenti — un numero straordinario per un liutaio artigiano. Presiedette il collegio peritale dell'A.N.L.A.I., fu amico e interlocutore di Simone Fernando Sacconi, e la sua bottega divenne luogo di incontro per i grandi della liuteria mondiale. La sua allieva Raffaella Lucci e il maestro Rodolfo Marchini ne continuano la tradizione.
"Roma non è mai stata Cremona. Ma ha avuto i suoi eroi silenziosi, le sue botteghe nascoste nei vicoli del rione Ponte, i suoi maestri che hanno saputo fondere la precisione tedesca con il calore italiano."
— dalla storia della liuteria romana